I cittadini francesi, a distanza di qualche settimana, sono chiamati nuovamente alle urne. Dopo le elezioni presidenziali, svoltesi ad aprile scorso (commentate per questo Blog), che hanno visto la vittoria di Emmanuel Macron, con il 58,55% dei voti e la sconfitta di Marine Le Pen, con il 41,45% dei voti, il 12 giugno prossimo si terrà il primo turno delle elezioni legislative, seguite, domenica 19 giugno, dal secondo turno.

Nonostante queste elezioni suscitino minor interesse di quelle del Presidente della Repubblica, esse hanno tuttavia un impatto considerevole sulla vita politica del Paese. Dal risultato delle urne – a cui i cittadini francesi sono chiamati per eleggere i 577 deputati membri dell’Assemblée nationale (la camera bassa del Parlamento francese) – dipende infatti la formazione del governo per i prossimi cinque anni. Ciò è dovuto al delicato ed originale equilibrio previsto dal sistema costituzionale francese, che vede due figure a capo del potere esecutivo (Presidente della Repubblica e Primo ministro), entrambe aventi una legittimazione democratica forte – ma diversa – perché entrambe espressione della volontà popolare (elezione a suffragio universale diretto per l’uno, indicazione da parte della maggioranza parlamentare eletta a suffragio universale diretto per l’altro). In questo sistema, una delle due «têtes» dell’esecutivo, il Presidente della Repubblica, nomina l’altra «tête», il Primo ministro, ma rispettando quella che è l’espressione della maggioranza parlamentare, poiché il Primo ministro deve godere della fiducia della camera bassa. Dato che dipendono da due elezioni diverse, non è detto che le due «têtes» dell’esecutivo appartengano allo stesso schieramento politico. Quando ciò non avviene, si verifica – com’è noto – un’ipotesi di coabitazione. Quello che invece è sicuro, è che senza la maggioranza all’Assemblée nationale, il Capo dello Stato non può governare ed attuare il proprio progetto politico. Così, nell’ipotesi di una coabitazione – che si è già verificata tre volte nella storia della Quinta Repubblica – il Presidente si occupa essenzialmente del suo «domaine réservé», in particolare della politica estera, mentre il Primo ministro governa il Paese, applicando il programma del suo schieramento politico.

Si comprende quindi come, per l’importanza della posta in gioco, nelle settimane successive alle elezioni presidenziali vi siano state in Francia una grande agitazione, molte trattative politiche, ed alcune importanti novità.

Tra queste, a sinistra, vi è stata la nascita di un nuovo soggetto politico, la Nupes (Nouvelle Union populaire écologique et sociale), guidato da Jean-Luc Mélenchon: un’alleanza tra le principali forze politiche di centro-sinistra (forze che erano invece divise durante le elezioni presidenziali), composta da La France insoumise (LFI) – schieramento principale forte del 22% dei voti ottenuti da Jean-Luc Mélenchon alle elezioni presidenziali di aprile scorso –, Europe Ecologie-Les Verts (EELV), Partito socialista (PS) e Partito comunista francese (PCF). Si noti tuttavia che tale alleanza ha provocato anche alcuni dissensi. Tra i più clamorosi, quello di François Hollande, in seno al PS, che ha nettamente rifiutato di entrar a far parte della coalizione a sostegno di Jean-Luc Mélenchon.

L’altra novità è stata la formazione di un nuovo governo, presieduto, per la seconda volta nella storia repubblicana, da una donna, Élisabeth Borne, ministro dei trasporti, della transizione ecologica e poi del lavoro nei governi precedenti, e quindi simbolo di continuità. Così come è simbolo di continuità il fatto che siano stati confermati nel governo attuale altri importanti ministri del governo precedente (interni, economia, giustizia). Si tratta tuttavia di un governo che potrebbe avere vita effimera, perché, come si è visto, se alle prossime elezioni legislative il Presidente della Repubblica non dovesse ottenere la maggioranza, dovrà nascere un nuovo governo, politicamente diverso, espressione della nuova maggioranza parlamentare.

Un’ultima novità del periodo che ha seguito le elezioni presidenziali riguarda l’area politica di Emmanuel Macron. Contrariamente, infatti, al 2017, quando il Presidente della Repubblica poteva contare su un (solo) alleato, di centro, François Bayrou, e quando l’entusiasmo per la nuova forza politica rappresentata da La République en marche (LREM) era molto alto, ora invece, nel campo del Presidente, esistono diverse correnti e delle formazioni nuove, tra cui quella dell’ex-Primo ministro Édouard Philippe, Horizon, con le quali Emmanuel Macron deve trattare. Queste formazioni, essenzialmente centriste, si sono unite sotto l’etichetta Ensemble per correre alle legislative di giugno.

Tali elezioni, che si svolgono secondo un sistema maggioritario a doppio turno, in collegi uninominali, possono dunque dar luogo a tre diversi scenari.

Il primo scenario, che i sondaggi danno come il meno probabile, è quello della coabitazione tra il Presidente Emmanuel Macron ed il Primo ministro espresso da una vittoria della Nupes, che potrebbe quindi essere Jean-Luc Mélenchon. Quest’ultimo infatti, dalla fine del secondo turno delle elezioni presidenziali, chiede ai cittadini di «eleggerlo Primo ministro», considerando, con una brevissima scorciatoia, le elezioni legislative come una sorta di «terzo turno». Si deve ricordare però che tutte le volte in cui le elezioni legislative si sono svolte immediatamente dopo quelle presidenziali (la maggior parte delle elezioni degli ultimi quarant’anni), non è mai successo che gli elettori scegliessero la coabitazione. In questi casi, gli elettori hanno conferito la maggioranza parlamentare al partito del Presidente neoeletto, confermando la scelta effettuata qualche settimana prima. Inoltre, lo scenario della coabitazione, che per molti potrebbe avere un certo fascino – perché si conferirebbe essenzialmente al Presidente Emmanuel Macron la politica estera, con la gestione della guerra in Ucraina (ambiti per i quali sembra sicuramente più adatto rispetto ai suoi concorrenti), e la politica interna allo schieramento di centro-sinistra (soprattutto attento al potere di acquisto dei ceti medio-bassi ed al rafforzamento dello Stato sociale) –, sembra altresì meno probabile perché globalmente, facendo banalmente i conti a seguito delle presidenziali, l’elettorato francese si trova in questo momento «più a destra che a sinistra». Si deve tener conto, infine, del fatto che Jean-Luc Mélenchon presenta un programma radicale, a cui sembra non volere rinunciare, e che anziché unire può respingere molti elettori. Tuttavia, se non dovesse ottenere la vittoria, Jean-Luc Mélenchon potrebbe rappresentare la prima forza di opposizione nel Parlamento, il che potrebbe già essere considerato come un risultato importante.

Il secondo scenario che si apre è quello dell’ottenimento della maggioranza assoluta per la coalizione che sostiene Emmanuel Macron. Oggi però, per la prima volta dalle elezioni del 2002 (da quando, cioè, è entrato in vigore il quinquennato e l’inversione del calendario elettorale, con le elezioni legislative che seguono per legge quelle presidenziali), questa prospettiva è posta in dubbio dai sondaggi. In tutte le elezioni legislative avvenute dal 2002 al 2022, il partito del Presidente neoeletto ha sempre ottenuto la maggioranza assoluta, il che gli ha dato modo di governare pienamente. Questa volta però, non solo l’area macronista, ma anche, in generale, tutto l’elettorato francese è molto frammentato: in particolare, non esistono più le due grandi forze politiche che dominavano da anni la scena politica, esse si sono di molto ridotte (a destra) o sono quasi scomparse (a sinistra). Si deve tener conto anche del grande malcontento che ha suscitato il primo mandato di Emmanuel Macron e che forse giocherà sul risultato finale.

Ecco perché un terzo scenario è possibile: l’ottenimento, per la forza politica del Presidente, di una maggioranza soltanto relativa. Questo tipo di risultato, già prodottosi nel 1988, rappresenterebbe bene l’attuale panorama politico francese, molto frammentato, con la riconversione difficile dei due grandi partiti un tempo dominanti. Un tale risultato permetterebbe al Presidente di governare, ma cercando di aggregare continuamente le forze all’interno della sua stessa maggioranza e quelle, di destra e di sinistra, che preferiranno trattare con lui anziché andare nella direzione dell’estrema destra di Marine Le Pen o della sinistra radicale di Jean-Luc Mélenchon, che si posizionerebbero sicuramente all’opposizione.


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